Credito, la via crucis dell'artigiano. Ecco la mappa delle vessazioni

Controgaranzie in titoli od obbligazioni di loro emissione; garanzie su una percentuale dello smobilizzo del credito commerciale; polizze sulla vita; perfino garanzie ipotecarie.

È quanto si sentono proporre, il più delle volte imporre, i piccoli imprenditori e artigiani che vanno in banca a chiedere un fido. E tutto questo, si badi bene, su operazioni già garantite al 50% dai confidi delle associazioni di categoria, rispetto alla quali, cioè, la banca rischia soltanto la metà dell’importo che eroga perché il restante 50%, in caso di insolvenza, lo escute dal confidi.

Va da sé che l’artigiano o il piccolo imprenditore, di fronte a certe richieste, per timore di non ricevere il fido da cui in molti casi dipende la prosecuzione della propria attività, rimanga disorientato e finisca per sottoscrivere ulteriori garanzie o polizze, con i relativi costi aggiuntivi, a fronte di un costo del denaro già molto elevato (l’8-9%).

«La fantasia di alcune banche, ultimamente, non ha limiti. Ogni giorno si inventano una garanzia nuova, rendendo una via crucis per gli imprenditori ottenere la liquidità necessaria per mandare avanti la propria impresa – denuncia Alessandro Conte, presidente della CNA provinciale di Treviso -. Gli artigiani stanno subendo dei veri e propri soprusi, con un aggravio dei costi non più sostenibile».

Del resto, con l’aumento del costo del denaro dovuto allo spread, i veri guadagni per le banche stanno nel sistema delle controgaranzie e delle polizze, specie quando i mutui sono effettuati con la garanzia dei confidi e quindi soggiacciono ai tassi agevolati previsti nelle convenzioni con le associazioni di categoria.

Ecco allora che un artigiano, a fronte della concessione di un fido di 40 mila euro, può sentirsi chiedere di acquistare, a mo’ di controgaranzia, 10-20 mila euro di titoli od obbligazioni della banca. O, ancora, a fronte della richiesta di un saldo buon fine (SBF, in gergo “castelletto”) da 20 mila euro (su presentazione di fatture di crediti che l’impresa vanta), gli viene proposta la trattenuta del 20% dell’importo. Oppure, all’accensione di un mutuo di 50 mila euro, gli viene richiesta la sottoscrizione di una polizza fideiussoria che può costare mediamente all’imprenditore il 7% dell’importo (dunque, 3500 euro in più oltre agli oneri finanziari della banca e il costo della garanzia del confidi!). In certi casi, più rari per fortuna, arriva perfino la richiesta di dare a garanzia del prestito la casa in cui vive con la famiglia.

Insomma, fare impresa è sempre più complicato. E il sistema bancario italiano, nonostante abbia già incamerato, a fine dicembre, la prima tranche di finanziamento all’1% da parte della Banca Centrale Europea, e pur prestando denaro alle imprese all'8-9%, rimane con il braccino corto. Pressante nel richiedere il rientro dai crediti (decretando in certi casi il fallimento delle aziende), riottoso a concederne anche a imprese sane dal punto di vista economico e con un portafoglio ordini già nel cassetto.

Per la CNA è ora di riformare in senso liberista anche il mercato bancario. Le liberalizzazioni non devono riguardare solo i tassisti, gli avvocati, i farmacisti! E i provvedimenti sulle banche già presi dal Governo Monti non sono sufficienti.

«Va dato atto al Governo Monti di aver inserito nel decreto liberalizzazioni alcune disposizioni che interessano le banche, come la riduzione delle commissioni interbancarie a carico degli esercenti, una commissione calmierata sui contratti di apertura di credito e di conto corrente, e l’obbligo di sottoporre ai clienti almeno due preventivi di polizze sulla vita alla stipula di un mutuo, ma va fatto di più per fare entrare la concorrenza in un mercato, quello bancario, troppo protetto e troppo ingessato e con costi a carico degli utenti molto più elevati che nel resto d’Europa – spiega il presidente Conte -. Sempre prima di tutto più trasparenza rispetto ai costi e ai servizi, ancora troppo scarsa, e introdurre norme, a cominciare dall’accentuazione di quelle sul conflitto di interesse, che mettano gli istituti di credito in reale competizione tra loro».

Se la mancanza di liquidità rimane un problema pesantissimo per la tenuta del sistema produttivo, l’altro versante da aggredire è quello dei debiti della PA nei confronti delle imprese, che ammontano a 70 miliardi di euro da parte dello Stato più altri 15 da parte degli enti locali. I 5,7 miliardi messi a disposizione dal Governo Monti sono certo un segnale importante ma ancora una goccia nel mare dei mancati pagamenti alle imprese.


 

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