«Legalità economica: primo strumento contro le mafie»

Grande apprezzamento per il     Patto-territoriale-per-la-Legalit (171 download) , e un invito alle forze sociale della Marca a continuare a lavorare insieme, li ha espressi il consigliere regionale Roberto Fasoli, primo firmatario del progetto di legge regionale antimafia.

Il Patto, sottoscritto dalle categorie economiche e dalle associazioni sindacali della provincia di Treviso, da Libera e Avviso Pubblico, è stato presentato alla cittadinanza nell’ambito del convegno “Impresa e lavoro per la legalità”, organizzato dalla CNA con l’adesione dei firmatari del documento, e che si è tenuto giovedì 15 novembre nel centro congressi di Ca’ del Galletto a Treviso.

Il consigliere Fasoli ha osservato che «il Veneto non è terra di mafia, ma interessa alle mafie» ed è per questo che si è fatto promotore di un progetto di legge per la prevenzione dell’insidioso fenomeno delle infiltrazioni mafiose sostenuto da tutti i gruppi consigliari regionale.

Il testo, che è stato licenziato in modo unanime a fine ottobre dalla I Commissione, punta, tra le altre cose, alla creazione di un Osservatorio per monitorare il fenomeno delle infiltrazioni che, in un momento di crisi come questo, trovano terreno fertile in Veneto, come dimostra anche l’indagine sull’appalto in odore di ’ndrangheta della caserma dei carabinieri di Dueville, in provincia di Vicenza.

Un contributo importante alla discussione lo hanno portato tutti i relatori e quanti, tra il pubblico, sono intervenuti numerosi.

In particolare il magistrato Roberto Terzo e il vicepresidente nazionale di Libera don Marcello Cozzi hanno lanciato una provocazione forte agli imprenditori: non parliamo di mafia o di infiltrazioni mafiose, spostando “fuori” un problema di legalità che è all’interno della nostra società ed economia veneta e trevigiana e che ha a che fare con le scelte individuali che ognuno compie ogni giorno, quando decide se rispettare o contravvenire alle regole, a cominciare da quelle fiscali.

Stimolato dalla video intervista (effettuata dalla giornalista Lisa De Rossi per conto dell’associazione Nuova Frontiera di Marco Carrai) al testimone di giustizia vittima della banda di usurai di Mario Crisci, legata ai Casalesi, il magistrato Roberto Terzo ha raccontato cosa è emerso dall’inchiesta che ha coordinato e cosa sta emergendo dai processi.

«Su 130 imprenditori veneti usurati, tra cui due trevigiani, solo due hanno denunciato. In quest’occasione l’imprenditoria veneta non ha mostrato molto senso dello Stato» ha rilevato il sostituto procuratore della direzione distrettuale antimafia di Venezia.

Per quale motivo solo 2 imprenditori hanno sporto denuncia, avendo il coraggio di diventare testimoni di giustizia? Certo per paura, si è risposto Terzo, ma anche perché molti avevano accettato i soldi e la consulenza di questa pseudo società finanziaria, la Aspide srl, per eludere il fisco e compiere altre pratiche illegali. «Ci siamo trovati davanti ad un’imprenditoria che non aveva i fondamentali per reggere il mercato in una situazione di crisi economica» ha raccontato il magistrato.

E quando non si hanno i «fondamentali» per competere in modo leale con i concorrenti, si cerca di fare i furbi, si cercano scorciatoie. Magari si accettano soldi “facili” provenienti da chissà dove, ci si appoggia a personaggi poco raccomandabili per effettuare triangolazioni, caroselli, fatturazioni false, ci si affida a prestanome per non risultare falliti. Il tutto magari spinti dalle più buone intenzioni, come quella di non far fallire la propria azienda, salvare il business e posti di lavoro. Ma in questo modo si infetta l’economia, si rende più fragile tutto il sistema.

«C’è un pezzo della nostra economia che è contaminata – ha continuato Terzo – non tutti accettano di dirsi che è finita, di chiudere l’azienda. Il nostro sistema non sembra avere gli strumenti per garantire la propria tonicità, per rendere inoffensive le cellule impazzite».

Da questa debolezza, insita in una parte del sistema imprenditoriale veneto, viene secondo il magistrato veneziano, il rischio di contagio e infezione, anche da parte della criminalità organizzata, che sia autoctona, o mafiosa. Una debolezza che va curata, prima di tutto, con un’iniezione forte di cultura della legalità.

Un ruolo di argine importante ce l’hanno senz’altro le associazioni di categoria e le organizzazioni sindacali.

«Le associazioni di categoria sono il primo argine a questa debolezza – è intervenuto Giuliano Rosolen, direttore provinciale della CNA di Treviso -. Quanti di quei 130 imprenditori erano iscritti a una associazione di categoria? In un momento di crisi gli imprenditori sono più deboli, anche psicologicamente, e le organizzazioni del mondo imprenditoriale offrono gli strumenti per aiutarli a stare sul mercato, tramite ad esempio i confidi e i fondi antiusura, consulenze aziendali, o anche per accompagnarli alla chiusura dell’azienda. Fallire non è un dramma, perché si può sempre ricominciare. È meglio fallire che infettare l’interno sistema, innescando il fallimento magari anche del fornitore che non può essere pagato. Dal canto loro le istituzioni devono capire che è fondamentale rifinanziare i fondi rischi dei confidi e i fondi antiusura».

 

È per queste ragioni, per mantenere sana l’economia trevigiana, che le associazioni di categoria, i sindacati, assieme alle reti antimafia Libera e Avviso Pubblico hanno sottoscritto il Patto territoriale per la Legalità, un impegno collegiale in più per coordinare le azioni a mantenimento della salubrità del sistema economico in un momento di perdurante difficoltà.

Un appello forte alla legalità economica e a denunciare usurai ed estorsori è venuto da don Marcello Cozzi, vicepresidente nazionale di Libera e presidente della fondazione antiusura “Interesse Uomo”.

«Le mafie sono un problema, non il problema del nostro Paese – ha scandito – il vero principale problema è l’illegalità diffusa che crea il terreno fertile per l’espansione delle mafie. Negli ultimi 20-30 anni cos’è diventato questo Paese? Il punto è l’approccio di ciascuno di noi, l’impegno di ciascuno alla legalità e alla giustizia. Infatti in Italia non ci sono solo i 160 miliardi di euro di fatturato della mafia, ma anche 60 miliardi di euro di economia nera, 50 milioni di euro di evasione fiscale, 10 milioni di euro di Iva evasa e 81 milioni di euro di gioco d’azzardo. Un’illegalità diffusa che non è mafia ma che crea le condizioni per l’espansione della mafia».

Al convegno, molto partecipato, erano presenti i rappresentanti di tutte le organizzazioni e associazioni firmatarie del Patto.

È stata un’occasione importante per iniziare un percorso che porti alla condivisione di un concetto e di una pratica comune di legalità e, soprattutto, di una consapevolezza: che la legalità sia conveniente sul piano economico, oltre che un dovere su quello morale, come ha rilevato il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso quando, nelle scorse settimane, è stato a Treviso.

Sono intervenuti, dopo il dibattito: Franco Lorenzon, segretario generale della Cisl, Diego Bottacin, consigliere regionale di Verso Nord-Italia Futura, Maria Grazia Tonon, imprenditrice, consigliere comunale a Zero Branco e referente territoriale di Avviso Pubblico, Enzo Guidotto, esperto di mafie, on. Giampaolo Dozzo, capogruppo alla Camera della Lega Nord. Presente anche l'assessore provinciale Michele Noal.

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