Risalita, non ripresa. L’analisi di Daniele Marini sull’economia del territorio tra crisi e cambiamento

«Risalita, non ripresa». Così Daniele Marini, invitato dalla CNA lunedì 21 marzo a fare il punto sull’“economia del territorio tra crisi e cambiamento”, ha definito l’attuale situazione economica trevigiana e italiana.

Marini, che  è docente di sociologica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Padova e direttore della Fondazione Nordest, ha fornito i numeri del «cambiamento epocale» che ha investito le nostre economie con «l’asse privilegiato dello sviluppo che fino a due anni fa era tra gli Stati Uniti e la Vecchia Europa» mentre oggi è incardinato «tra Asia e America Latina». Impietosi i raffronti sui livelli di crescita del PIL nel mondo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) con la Cina che cresce del 9,6% l’anno, l’India dell’8,4%, il Brasile del 4,5%, il Far Est asiatico (Vietnam, Laos, Cambogia) del 5,5% e l’Italia che segna un misero +1,1%, «fanalino di coda» dell’Europa.

Una delle debolezze italiane sta – secondo Marini – nella stagnazione della domanda interna: le famiglie sono orientate al risparmio più che al consumo, le imprese non investono, lo Stato ha chiuso i cordoni della borsa. Reazioni normali, conseguenze logiche della crisi economica iniziata nel settembre 2008 e non ancora finita che ha reso incerti gli orizzonti. Nel giugno dello scorso anno le imprese dichiaravano che l’orizzonte temporale del portafoglio ordini era di un mese. Negli ultimi tempi l’arco temporale si è dilatato fino ai 3 mesi. In ogni caso, ancora troppo ristretto per mettere in campo investimenti che hanno ritorni lunghi.

Se ancora non c’è ripresa, una risalita c’è. Tutti gli indicatori – utilizzo degli impianti, produzione, ordini, vendite estero – eccetto l’occupazione, sono tornati sopra lo zero, distanziandosi dal crollo avutosi a fine 2008.

I numeri, oltre a fotografare la salute del sistema economico, danno anche indicazioni di prospettiva: dicono, ad esempio, che le imprese che si erano ristrutturate prima dell’inizio della crisi hanno affrontato meglio la tempesta di quelle rimaste indietro. Si tratta di imprese che hanno investito in formazione del capitale umano (non solo interno, ma anche esterno all’azienda, ad esempio i rivenditori), che hanno internazionalizzato o si sono inserite in filiere internazionali, che hanno saputo “accorciare la filiera” grazie a sinergie con fornitori e altri partner.

L’internazionalizzazione è la chiave, oggi, della tenuta e del successo di un’impresa. Perché, appunto, il mercato interno è asfittico e «le aziende che guardano solo al mercato domestico sono destinate a tirare la cinghia ancora per un po’».

Internazionalizzare, ha precisato il direttore della Fondazione Nordest, non significa de localizzare le produzioni e reimportare i semilavorati per abbattere i costi, vuol dire invece presidiare i nuovi mercati, quelli in espansione. Riuscire a fare questo non è un miraggio per le piccole imprese, perché chi ha delocalizzato ha mantenuto nel 50% dei casi tutti subfornitori locali (nel 40% li hanno mantenuti in parte) che, trainati dalle imprese più grandi, riescono ad entrare in una filiera internazionalizzata e a giocarsi nuove chance nei mercati dei Paesi emergenti.

Tra le aree produttive dell’Italia, il Nordest è senz’altro quella ha internazionalizzato e innovato di più. I punti di debolezza del sistema nordestino rimangano però la dimensione delle imprese, ancora troppo piccole, la scarsa capitalizzazione e l’elevato indebitamento. Altri nodi critici sono l’accesso al credito e i ritardi nei pagamenti.

Il direttore della Fondazione Nordest ha concluso la sua relazione con alcune indicazioni di “agenda per il futuro”.

Per la società: ripensare il welfare adeguandolo ai mutamenti intercorsi, ovvero l’innalzamento dell’età media e il calo demografico che pone problemi di tenuta del sistema pensionistico e di assistenza agli anziani; integrare i migranti.

Per l’economia: il sistema produttivo dovrà puntare su una produzione “immateriale” ovvero di beni che racchiudano significati, valori, qualità appunto immateriali, e che siano fortemente legati a servizi; quindi, il tema dell’internazionalizzazione, delle partnership, della capitalizzazione d’impresa.

L’agenda per il territorio, secondo Marini, riguarda: il potenziamento delle infrastrutture materiali e immateriali, la governance del territorio con la messa a punto di un sistema metropolitano intelligente e lo sviluppo di progetti attraenti, che conferiscano valore al territorio e siano attrattivi verso l’esterno.

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