Artigiani che non mollano. La storia della Berto Meccanica.

In azienda arriva alle 6 del mattino, che fuori è ancora buio. La moglie Orietta e la figlia Miriam a casa non lo vedono tornare prima delle 20. E non ci sono più né sabati né domeniche né feste “comandate”. La pausa pranzo la fa correndo lungo le stradine di campagna appena fuori della zona industriale per allenare il fisico e liberare la mente, o sugli attrezzi ginnici nello sgabuzzino del capannone.

È su tale dedizione assoluta, quasi maniacale, che si è compiuto il miracolo del Nordest, reso oggi meno salvifico dal flagello della crisi economica e intimamente provato dallo spezzarsi dell’equazione che era parsa inossidabile “impegno uguale successo”, ma con ancora addosso tanto orgoglio e voglia di non mollare.

Uno che non molla è sicuramente lui, Alberto Dal Pos (sotto in foto con la moglie), 44 anni, titolare della Berto Meccanica di San Fior, azienda votata alla meccanica di precisione, alla costruzione di automazioni in acciaio, alluminio e altre leghe, alla costruzione e riparazione di stampi, alla sperimentazione di prototipi. La sua è una parabola classica con un merito in più: aver fatto il salto da operaio a imprenditore quando i tempi non erano più quelli buoni.


I primi macchinari li ha acquistati nel settembre 2001, in pieno panico globale per l’attacco al cuore del potere occidentale: mentre le Twin Towers crollavano, Alberto costruiva la sua azienda, pezzo dopo pezzo, leasing dopo leasing.
Partito da solo, nella cantina di un palazzo di Zoppè con un unico macchinario, oggi la sua Berto Meccanica vanta diciotto grandi macchine, distribuite in tre capannoni, e dà lavoro a 13 operai, un impiegato, un progettista, lui e la moglie. Nell’azienda, ha reinvestito tutti gli utili, acquistando di media due macchinari l’anno. Questo gli ha permesso di diversificare le produzioni e di servire una clientela con esigenze molto specifiche. E, soprattutto, di tenere in casa tutte le fasi delle lavorazioni. «Non mi appoggio all’esterno nemmeno per la saldatura e la verniciatura – precisa -, ciò mi permette di essere più concorrenziale di chi si è specializzato in una o poche produzioni».

L’azienda dunque va bene, ha commesse. Il problema principale sono le banche. Che non sono generose nemmeno con chi ha le carte in regola, bilanci a posto e prospettive di crescita. «I nostri fatturati hanno sempre avuto un trend positivo, eppure facciamo fatica a farci dare fidi dalle banche. Chiedi 30 mila euro, e te ne danno 10 mila dopo un anno – racconta Dal Pos -. E poi: se fino a quattro anni fa si poteva sconfinare anche di 40 mila euro su un affidamento del valore di 100 mila e nessuno diceva niente, adesso se sei fuori di mille euro la banca ti chiama e pretende spiegazioni».

Due anni fa, Alberto e Orietta hanno rischiato di vedere andare in fumo tutto quello che avevano faticosamente costruito e di lasciare senza lavoro una quindicina di persone: un importante committente, a preventivo accettato e prodotto consegnato, pretendeva di pagare una commessa da 200 mila euro meno di un terzo del suo valore, pur in assenza di contestazioni. Dopo due mesi, la banca non era più disposta a reggere l’insoluto. «Non dormivo più la notte. Non sapevo più che pesci pigliare». La soluzione è arrivata grazie al confidi della CNA di cui Alberto è socio. Data la gravità della situazione, la cooperativa ha attivato il Fondo di prevenzione Antiusura e la banca ha concesso il fido. A distanza di un anno è arrivato anche il pagamento del committente.

Ma la paura è rimasta e accompagna ogni giorno l’artigiano. L’orizzonte temporale degli ordini si è ristretto ai venti giorni: si naviga a vista e non si riesce a capire cosa riserva il futuro, se prima o poi si inizierà a risalire la china o se la discesa è inesorabile. «Sono fortemente preoccupato per il futuro della mia famiglia e dei miei dipendenti, ma se tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto, errori compresi» chiude Alberto. Orgoglio artigiano.

Francesca Nicastro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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