Daniela Carraro è la nuova presidente di CNA Federmoda. «Il Paese ci dia un segnale che crede ancora in noi»

«Molti artigiani del sistema moda cessano la propria attività perché viene loro a mancare la motivazione. Non sappiamo infatti se il Paese e chi ci governa ritengono un valore tenere nel territorio certe maestranze o se hanno già deciso che tutta questa produzione debba essere portata via».

Daniela Carraro, 45 anni, è la nuova presidente di Federmoda, l’unione di mestiere della CNA provinciale di Treviso che rappresenta gli interesse dei settori tessile, abbigliamento, calzature, pellicceria, sartoria e le attività collegate. Già componente del direttivo, è stata eletta all’unanimità ricevendo il testimone da Lino Lunardelli, a cui va il ringraziamento dell’Associazione per il prezioso lavoro svolto in questi anni. La Carraro è titolare, insieme al marito, delle Confezioni Antea di Montebelluna, laboratorio con una ventina di dipendenti che realizza capi di abbigliamento per conto terzi.

Presidente Carraro, la demotivazione degli operatori del sistema moda trevigiano è dovuta – mi sta dicendo – oltre che all’oggettiva difficoltà del momento, anche ad una mancanza di politiche per mantenere nel territorio le produzioni. Cosa serve per ridare un’iniezione di fiducia al settore?

Lo Stato dovrebbe, invece di incentivare la cassa integrazione, abbassare il costo del lavoro alle imprese. Questo sarebbe un segnale importante che il Paese crede in noi e vuole che continuiamo ad esistere. È più facile elargire ammortizzatori sociali, che sono da considerarsi interventi di breve periodo, che mettere in campo politiche attive. E per politiche attive intendo anche la convinzione diffusa che per dare un futuro duraturo alla nostra economia bisogna puntare sul manifatturiero, non smantellarlo. Se ci fosse questa convinzione allora uno che sa fare lavori manuali dice: qui c’è ancora posto per il mio saper fare. Allora sì, sarebbe motivato a continuare nella sua attività o a intraprendere.

Quali altri azioni o interventi, a suo avviso, servirebbero per dare futuro al comparto?

Oltre al costo del lavoro, abbassare la pressione fiscale, troppo elevata. Vanno poi perfezionati i sistemi di anticontraffazione e la lotta alla concorrenza sleale. Valorizzato il made in Italy anche per mantenere nel territorio competenze che altrimenti andrebbero perdute, come le mini-filiere rimaste sul territorio, veri e propri “panda” in via di estinzione. Valorizzare il made in Italy significa far percepire al consumatore che attraverso di esso passa non solo lo “stile” ma anche la tutela della propria salute: sempre più la medicina pone l’attenzione sul fatto che certi tumori della pelle sono dovuti ai tessuti e ai relativi trattamenti che contaminano l'epidermide di sostanze nocive. Vanno, infine, avviati processi di integrazione tra la manifattura e i servizi avanzati, penso ad esempio ad internet e alle possibilità di business connesse.

Si è ormai da qualche anno affermato il fenomeno della moda low cost, con le grandi catene di abbigliamento che producono all’estero e vendono a prezzi stracciati in Italia. L’abbigliamento made in Italy è ancora un valore per il consumatore?

È una domanda che mi pongo spesso. Chi compra un capo di abbigliamento e vede sull’etichetta scritto “prodotto in Italia” lo percepisce come un valore? Gli fa piacere che sia fatto da mani di persone che hanno valori affini, a cominciare dalla cultura del lavoro e della legalità? È disposto a pagare 30 euro in più per un prodotto certificato per qualità? Oppure è indifferente? Noi imprenditori della CNA siamo convinti che il made in Italy sia un valore e che vada tutelato di più di quanto si stia facendo oggi perché per i consumatori rimane, appunto, la migliore garanzia di stile e salute.

La qualità dovrebbe fare la differenza….

Ritengo che il gusto del vestire bene vada rieducato. Guardando le foto dei nostri nonni si percepisce che loro quel gusto lo avevano: nel tempo libero vestivano in giacca e pantaloni che stavano loro a pennello, erano impeccabili. Ora il gusto del vestire bene si è in parte perso, si preferisce cambiare spesso e pagare anche il prezzo della qualità e della vestibilità. “Anche se non mi sta perfetto – si dice – non importa, tanto costa poco”.  Chi si ferma a leggere l’etichetta e a valutare di cosa è fatto il capo? 

Il sistema moda trevigiano subisce la concorrenza esterna (le delocalizzazioni) e quella interna da parte di laboratori stranieri, spesso sleale….

La concorrenza è spietata. I nostri committenti, quando 15 anni fa sono iniziate le prime delocalizzazioni e proprio nel tessile, hanno cominciato a tirare sui prezzi dicendoci che altrimenti portavano tutto il lavoro all’estero. I laboratori cinesi, poi, sono più concorrenziali di noi quando sono clandestini e quindi non mettono in regola i lavoratori risparmiando sui contributi previdenziali e fiscali. Ma non mi sento di combattere questo tipo di battaglia: io ogni giorno mi preoccupo di fare in modo che il prezioso know how dei miei venti dipendenti non vada disperso, rimanga su questo territorio: questa è la mia battaglia. E mi chiedo: per lo Stato italiano è un valore che un’impresa italiana dia lavoro a venti persone nel suo territorio?

A contrastare la proliferazione dei laboratori clandestini ci pensano le forze dell’ordine che anche la scorsa settimana ne hanno perquisiti sei scoprendo che la metà dei lavoratori era irregolare. In ogni caso, l’attività di controllo e repressione non può arrivare dappertutto: serve che pure voi imprenditori segnaliate, anche attraverso le associazioni di categoria, chi vi fa concorrenza sleale.

Apprezziamo il lavoro delle forze dell’ordine che, contrastando le tante forme di illegalità, ci permettono di margini di competitività. È vero: molti imprenditori sanno chi sono e dove sono i laboratori che sfruttano la manodopera clandestina e non sono in regola con le leggi italiane, ma non si prendono la briga di segnalare. Non sono informati ad esempio sul fatto che le associazioni di categoria danno questo servizio, ovvero si prendono la responsabilità di segnalare alla Guardia di Finanza o all’Ispettorato del lavoro situazioni sospette. È un servizio molto importante che dà la CNA.

Va detto però che molte aziende italiane del tessile si avvalgono di questi laboratori…

Il migliore deterrente sono i controlli e dunque il timore del committente italiano, sia esso il grande marchio o il piccolo controterzista, di essere colpito da sequestri dei propri prodotti e subire i relativi danni alla propria immagine.

Francesca Nicastro


 

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