Manovra di ferragosto: chi paga e chi dovrebbe pagare

La prima domanda che un Governo deve porsi quando si accinge chiedere sacrifici straordinari ai suoi cittadini è: “Chi ha di più?”.

Ha di più un cittadino che possiede solo la prima casa e guadagna 100.000 euro l’anno grazie alla sua attività lavorativa svolta come dipendente o artigiano o libero professionista, e che paga  45.000 euro di tasse e contributi per la pensione?

Oppure ha di più un cittadino che non lavora, ma introita comunque 100.000 euro l’anno grazie agli affitti dei dieci immobili che possiede, e paga solo il 20.000 euro di tasse?

Oppure, ancora: il cittadino che non lavora, ma guadagna lo stesso i suoi bravi 100.000 euro l’anno grazie al rendimento al 2% dei 5 milioni di euro di titoli che ha in banca, pagando solo 12.500 euro di tasse sulla rendita dei titoli?

Chi tra questi tre cittadini ha di più? La risposta è evidente. E dal Governo attendavamo scelte conseguenti basate sulla logica di giustizia elementare che “più paga chi più ha”.

Nella manovra di ferragosto, però, vengono colpiti i redditi da lavoro. Si legge del prelievo una tantum di solidarietà sui redditi di lavoro dipendente sopra i 90 mila euro (un 5% che diventerebbe 10% oltre 150 mila) e si ipotizzano, in fase di conversione in legge, aumenti dell’Irpef sui redditi di lavoro di impresa artigiana o commerciale o di lavoro autonomo professionale.

Si dirà che c’è stato un aumento dal 12,5% al 20% della tassazione delle rendite finanziarie (escludendo però i rendimenti dei titoli di Stato altrimenti nessuno li comprerebbe più). Ma mettere questa misura,  come fanno Tremonti e Berlusconi, sullo stesso piano di quelle che  aumentano  l’imposizione sui   redditi di lavoro, già oggi tassati oltre il 45%, dicendo che gronda di sangue il loro cuore, è un’operazione che richiede una faccia tosta che, perlomeno noi artigiani, non tolleriamo. Si tratta infatti del nostro sangue, dei nostri soldi. Non certo di quelli della casta politica che, guarda caso, non è stata toccata dai tagli ai suoi stipendi milionari e prebende varie.

E poi, da questa manovra, mancano all’appello i redditi immobiliari, peraltro recentemente già premiati con la tassazione agevolata, denominata “cedolare secca”, del 20%.

Insomma, più tasse per quasi tutti, ma secondo un perverso e inaccettabile ordine di priorità: tassare solo i redditi e niente le famose “cose”. Tassare chi lavora, poi un pochino chi possiede titoli e non disturbare chi ha immobili e ingenti  patrimoni .

È un Governo, questo, che premia  ancora una volta i ricchi e spreme sempre i soliti, quelli che con il loro lavoro  tengono in  piedi l’Italia.

Roberto Ghegin
Direttore CNA Castelfranco Veneto


 

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